a scuola con la mamma fino a 18 anni?

 

Si sta radicando sempre più’ profondamente un modo di dirigere la scuola che risponde con estrema precisione e puntualità’  alla rigida applicazione di norme e regolamenti, circolari e disposizioni, ma di certo non al buon senso.

Sembra che l’educazione della persona e soprattutto la funzione pedagogica ad essa collegata, siano considerati qualcosa di superato e non al passo con i tempi.

In una società’ che corre e che ha l’insana e ingiustificata pulsione di farlo sempre più’ velocemente, si perde di vista l’obiettivo e perfino il cammino, i tempi  e le modalità necessari al suo raggiungimento.

La scuola vive e, purtroppo, male interpreta questo tempo e si concentra con enorme dispendio di energie sugli aspetti burocratici e normativi, sulle procedure valutative legate alla misurazione, sulla ricerca di organizzazioni che risultino attrattive per il territorio. Dimentica quasi totalmente la missione a cui èchiamata: la formazione complessiva delle ragazze e dei ragazzi, un percorso che tenga insieme le regole condivise, l’istruzione e  l’educazione e che lo faccia utilizzando e ricercando tutti i linguaggi e gli strumenti utili allo scopo.

In senso opposto va la decisione di molti dirigenti scolastici della scuola secondaria di primo grado,  di dare pedissequa e miope interpretazione alla legge in materia di “abbandono di minore”. Non consentire agli adolescenti, nemmeno dietro accordo con i genitori, di uscire da scuola da soli è la dichiarazione di un fallimento educativo del mondo adulto, è l’’ennesima riprova del corto circuito che è ormai in atto da anni tra genitori e scuola e della pessima interpretazione della condivisione di responsabilità educativa da parte degli attori del processo educativo stesso.

Una scuola che si sente attaccata e si difende dietro alle scartoffie e alle regole non educa e non e’ utile.

Ne fanno le spese i ragazzi e le ragazze che sono chiamati a prestazioni sempre più complesse, all’acquisizione di competenze elaborate e al raggiungimento di obiettivi sempre più’ difficili e devono farlo senza avere il diritto di cominciare a sperimentare se stessi  dalle cose più banali, come andare e tornare da scuola da soli con il consenso dei genitori.  Ci domandiamo se dovremo assistere, in un futuro prossimo, alla generalizzazione di questa regola e se essa sarà estesa anche a tutti i minorenni della scuola secondaria di secondo grado.  Nella schizofrenia generalizzata di un Paese che consente l’entrata nel mondo del lavoro a 15 anni e la guida di motocicli e citycar a 14, dovremo prevedere permessi retribuiti per i genitori che lavorano per andare a prendere a scuola i figli per accompagnarli nella passeggiata di 500 metri fino a casa o nel giro delle 4 o 5 fermate dell’autobus di quartiere. Purché’ tutti gli scarichi di responsabilità siano a posto.

Con buona pace dell’educazione, dell’acquisizione di esperienza e dell’autonomia, diritto inalienabile di qualsiasi essere umano

 

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