Una riflessione, pienamente condivisibile, di Vanessa Roghi sulle affermazioni di Concita De Gregorio.

Sono nata nel 1972. Quando ero bambina era abbastanza normale dare del mongoloide ai compagni di classe se si comportavano in modo stupido.
Ho avuto la fortuna, tuttavia, di entrare alle scuole elementari dopo il 1977 e da allora un po’ per volta tutto è cambiato.
Nel 1977 infatti la legge 517 aboliva per sempre le classi differenziali e integrava nelle classi “normali” i bambini che storicamente venivano separati, portatori di handicap o anche bambini poveri, immigrati, non seguiti a casa con gravi problemi linguistici (non dimentichiamoci che erano gli anni nei quali la grande trasformazione mostrava tutti i suoi limiti che spesso si rispecchiavano in modo crudele nella scuola).
Così, un po’ per volta, abbiamo imparato a convivere con le tante diversità e la scuola e la società sono diventate un posto migliore e nessuno si è più sognato di dare del mongoloide a qualcuno per dirgli che è un imbecille. Gli si dice imbecille e stop.
L’idea che l’handicap possa essere usato come termine di paragone per parlare della stupidità di qualcuno, insomma, dovrebbe essere roba del passato, un passato da non rievocare nemmeno per scherzo. Dovrebbe essere grave quanto dire ebreo per dire tirchio dire differenziale per dire stupido. Invece evidentemente non è così.
Oggi leggo basita un articolo scritto da Concita De Gregorio nel quale questo linguaggio è usato come se fosse il 1975. Ma un 1975 dove nemmeno era arrivata notizia di Basaglia, per capirsi.
La descrizione del bambino che sbava con l’insegnante di sostegno mi fa accapponare la pelle. Guardate le fotografie di Mauro Vallinotto degli ospedali psichiatrici infantili, guardate i documentari sulle differenziali che la RAI ha prodotto nei primi anni Settanta e che hanno contribuito, insieme al miglior giornalismo, a eliminare questo vulnus terribile per la democrazia.
Io credo che uno dei motivi che abbiamo per essere orgogliosi di essere italiani è questa legge del 1977, lo diciamo spesso con Franco Lorenzoni che ha dedicato ad Alessandra Ginzburg e alla sua sperimentazione con i bambini con handicap a via della scala a Roma nel 1970 un bellissimo capitolo del suo Educare controvento (Sellerio).
Ecco. Non dovremmo dimenticarcene mai

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