Riflessioni di Mario Russo su quanto accaduto a Roma ad opera di influencer

Il dolore e la compassione sempre suscitati della morte di un bambino di cinque anni feriscono con forza ancora maggiore quando le circostanze che l’hanno determinata appaiono casuali, incomprensibili e crudeli, come nel caso del piccolo Manuel, rimasto vittima nello scontro tra un Suv impegnato in una assurda sfida social e la Smart dove viaggiava con la madre e la sorella.

Le indagini delle forze dell’ordine e dei magistrati stanno chiarendo la dinamica dei fatti e le responsabilità dei diversi protagonisti.

Tuttavia, colpiva già dai primi resoconti dei notiziari la tragica sproporzione che percepiamo tra la morte di un bambino di cinque anni, incolpevole per il fatto di trovarsi in un certo posto ad una certa ora, e l’avventura irresponsabile di quattro ragazzi impegnati in una sfida automobilistica nelle vie cittadine intrapresa per riversarla nel loro gruppo social.

I quattro viaggiatori nel Suv sono ragazzi ventenni, quindi fino a un paio d’anni fa affidati alla responsabilità dei genitori. E’ immediatamente facile accusarli di non aver saputo educarle i propri figli, di non avere trasmesso valori positivi o controllato negli anni passati le loro attività in rete.

E’ invece più impegnativo ma urgente chiedersi  – da genitori, docenti o comunque persone impegnate in funzioni educative –  se possediamo un repertorio di parole e comportamenti per riuscire a parlare alle generazioni più giovani del senso del limite, della responsabilità di ciascuno verso il benessere degli altri, della futilità di un successo ottenuto attraverso azioni stupide e pericolose. Spiegare che il merito autentico che è quello che offre opportunità e benefici a tutta la comunità e non quello che si rinchiude nei confini dell’affermazione egoistica e competitiva.

Quanto riusciamo a dialogare e condividere gli interessi dei più giovani, le paure e le speranze senza per questo abbandonare quel ruolo di adulti responsabili di cui le ragazzi e i ragazzi hanno bisogno per crescere?.

Abbiamo leggi, regolamenti, organismi, programmi formativi finalizzati a tutelare i minori nel rapporto con la rete; ma siamo sicuri che coloro che vorremmo tutelare vogliono essere tutelati e coloro che vorremmo sostenere nell’impegno educativo vogliono davvero essere sostenuti?

E che dire delle centinaia di migliaia di cosiddetti followers che seguono profili social di questo tipo, contribuendo al successo e magari alla gratificazione finanziaria? Sono meno responsabili solo perché non viaggiavano anche loro nel Suv? Possiamo pensare che, se non avessero incentivato con la loro partecipazione e i loro like le gesta avventurose dei quattro protagonisti oppure se avessero segnalato alla polizia che si stavano organizzando in rete condotte illegali, Manuel sarebbe ancora vivo?”

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