QUANDO DIETRO IL CAMBIO DI UN TERMINE SI NASCONDE LA NEGAZIONE DI UN DIRITTO!

E’ stato firmato dal ministero dell’Interno, ed è in Gazzetta Ufficiale  il provvedimento che modifica il testo di un decreto del dicembre 2015: la nuova norma prevede oggi la sostituzione del termine “genitori” con “padre” e “madre” per l’emissione della carta d’identità elettronica.

Contro questo provvedimento si era schierato l’Anci e aveva dato parere negativo il Garante della Privacy per gli effetti discriminatori che necessariamente ne conseguono per il minore.

Basti pensare, ad esempio, ai casi nei quali il minore sia affidato non al padre e alla madre biologici, ma a coloro i quali esercitino la responsabilità genitoriale a seguito di trascrizione di atto di nascita formato all’estero, o per una sentenza di adozione in casi particolari o per il riconoscimento di provvedimento di adozione pronunciato all’estero. 

In tutti questi casi, ci saranno degli effetti paradossali: a rigore, il minore affidato a soggetti che non possano definirsi suo padre e/o sua madre, non otterranno mai la carta d’identità elettronica, non avendo appunto alcun padre o madre legittimati, essi soli, a richiederne il rilascio.

Può sembrare una cosa piccola, un mutamento solo di parole, soprattutto a chi è madre insieme a un padre o padre con una madre. Ma non lo è.

Se così fosse avrebbero lasciato il termine genitore, che non è un dispregiativo, ma una definizione corretta e funzionale, che va bene per tutti. Una definizione che, prescindendo dal genere, comprende e legittima anche le sempre più numerose composizioni familiari non tradizionali e non costringe allo stigma della riga vuota  nei moduli inducendo a pensare ad una mancanza, anche dove questa non c’è.

E’un gesto violento, un segnale forte nella strategia della discriminazione.

 E mentre si difende l’idea della famiglia “tradizionale” a pagare saranno le bambine/bambini che vivono nel nostro Paese.

Roma 5 aprile 2019

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