DOCUMENTI DEL CONGRESSO NAZIONALE DEL CGD 6/7/8 NOVEMBRE 2015

DSC_8440RELAZIONE Angela Nava Mambretti Presidente Nazionale  uscente

Apro il XII Congresso della nostra associazione con una dichiarazione di orgoglio, non consueta- lo so- per un’associazione che ha fatto del dubbio e della ricerca, della non ostentazione delle verità dogmatiche, il suo Dna  costitutivo.

E’ l’orgoglio dato dal nostro esistere e resistere in tempi che poco concedono alla dialettica democratica cui, rimaniamo ostinatamente legati. Siamo convinti che solo apparentemente i processi democratici siano una perdita di tempo e di energie. Democrazia vuol dire sostare sulle cose, spiegarle, rispiegarle, descriverle e ritornarci sopra ogni volta che un dubbio affiora con serenità e responsabilità. La democrazia vuole tempo e si prende il suo tempo : ogni cambiamento avvenuto in seguito ad un processo democratico è un cambiamento persistente. Non dobbiamo averne paura mai sia nel micro che nel macro delle nostre esistenze.

Bisogna riconquistare la capacità di esercitare un’egemonia culturale. I processi populistici e regressivi in atto, si contrastano solo se siamo in grado di proporre visioni credibili ed in sintonia con le speranze cui ci rivolgiamo.

Essere in grado, cioè di parlare e di convincere, poiché si è in grado di ascoltare.

Un’egemonia culturale non consiste nel rassicurarci tra noi che siamo i più colti, i più belli, i più giusti: richiede che riusciamo a collocarci dentro il tempo che ci troviamo a vivere, accettare le sfide che ci pone e creare le condizioni per cambiare l’ordine delle cose.

Ed è un tempo difficile.

Il sempre citato Ilvo Diamanti affermava tempo fa:” la nostra è‘ la società immediata. Ha abolito il futuro. Ma anche il passato. E vive un eterno presente. Immediato. La società im-mediata. Ostile alle mediazioni e ai mediatori. Predilige le relazioni dirette. Fra cittadini e leader. Fra i cittadini che discutono e deliberano. Senza mediazioni.
In fondo, è questo lo scenario in cui ci muoviamo. …..

E nella società immediata si dimentica in fretta. Soprattutto se le novità si susseguono. Se ogni giorno irrompono nuovi progetti, nuovi soggetti, nuove emergenze. Allora diventa difficile “tenere a mente” programmi e promesse. Basta lanciarne sul mercato di nuovi. Di continuo. E spendere risultati provvisori, come “fatti”. D’altronde, nella società immediata, la “democrazia” si sviluppa attraverso il rapporto diretto dei cittadini con il Capo. Oltre ogni mediazione. Salvo quella dei media – e, soprattutto, della televisione. L’alternativa e l’opposizione avvengono, invece, attraverso la “logica della rete”, che intreccia i blog e i social network. Dove i cittadini possono informarsi, discutere e decidere, senza mediazioni e senza mediatori. Senza partiti, politici, giornali e giornalisti. Anzi “contro” di loro. È la democrazia im-mediata, più che diretta.

Per tutti questi motivi, per non essere anche noi campioni di s-memoratezza, abbiamo voluto titolare il nostro Congresso “Diritti dei minori. Diritti minori?” Perché volevamo uscire dall’angustia del presente e del suo schiacciamento su di esso, per ridare voce alle nostre più profonde finalità statutarie che hanno sempre individuato nella responsabilità sociale degli adulti nei confronti delle generazioni che mettiamo al mondo, la  nostra ragione  di esistere.

Questo il bene comune su cui ci siamo spesi ed intendiamo spenderci, in un tempo che sembra mettere l’infanzia al centro, ma che in realtà destina all’infanzia, al bambino consumatore, tutta l’attenzione che il mercato suggerisce.

Ci siamo chiesti: il tempo consuma i diritti più lontani, lasciando poi il campo libero a diritti più nuovi e scintillanti?

O come dice, Rodotà, ”il mondo dei diritti vive di accumulazione, non di sostituzione”? Ma se è così perché i diritti, quelli dei bambini, qui ed ora,  nello specifico, sono sistematicamente violati o nella migliore delle ipotesi ignorati, fino a trasformare la società contemporanea come imprigionata dentro una cultura dei diritti che si esaurisce in se stessa e nega il suo oggetto? E se dobbiamo fare i conti con la globalizzazione, non sarebbe meglio lavorare a realizzare quella dei diritti prima di quella dei mercati?

Non potevamo non partire perciò dal tema dei diritti,  mentre tanti bambini provenienti da povertà, guerra, mancanza di futuro reclamano in silenzio quegli stessi diritti che ogni anno pomposamente celebriamo il 20 novembre.

L’ottavo rapporto del gruppo CRC, di cui facciamo parte, ci ricorda che l’Italia è agli ultimi posti riguardo al riconoscimento e all’esercizio dei diritti dei bambini e la crescita del numero dei bambini sotto la soglia di povertà nel nostro paese non può lasciarci indifferenti.

Indicatori pesanti, rispetto ai quali il Governo comincia a dare dei segnali se, con la legge di stabilità, il Ministero del Lavoro ha pensato ad un fondo per la lotta alla povertà e all’esclusione sociale e viene riconosciuta una nuova povertà, quella educativa, che ha nuove e molteplici sfaccettature e per la quale viene, in via sperimentale, investito un   fondo di 100 milioni.

Su tutto questo vigileremo con attenzione, mentre altre norme che attengono all’infanzia sono emanate o in via di definizione. Penso alla nuova legge sull’affido o al DDl sulla cittadinanza, che sia pure mortificando il diritto che scaturisce dallo ius soli perché lo lega impropriamente ad un percorso di scolarizzazione, è la prima, timida, risposta ad anni di appelli e petizioni cui abbiamo sempre contribuito.

Ed il fil rouge che unifica la riflessione del nostro congresso e che giustifica la presentazione di un’unica tesi congressuale, non parcellizzata rigidamente in compartimenti stagni, è proprio la povertà educativa come elemento trasversale che ri-motiva il nostro impegno associativo.

E naturalmente non potevamo non essere coinvolti, in tal senso, nella discussione , nel confronto sulla Buona Scuola, il D.L.107  che ci ha visto da un anno a questa parte “in trincea” a tutti i livelli.

A tale proposito è utile dare testimonianza dell’esperienza che ha coinvolto e coinvolge l’associazione con altre 32 associazioni firmatarie dell’appello pubblicato il 25 giugno a ridosso del famigerato voto di fiducia al Senato che ha reso legge una cosiddetta riforma priva di una sua anima pedagogica e di una visione che definisse cosa la scuola è o dovrebbe essere nel nostro paese.
E’ stato complesso, difficile, spesso appassionante far parte di questa esperienza:  una scommessa tutt’altro che scontata, mettere insieme un così rilevante parterre di associazioni e sindacati, portatori di sensibilità diverse, per rappresentanza, storia e radici culturali.. Ma la rilevanza della posta in gioco, la volontà di essere una risorsa spendibile in un momento cruciale per la scuola, e non solo per gli addetti ai lavori, è stata una potente motivazione.
Con il voto di fiducia di luglio, si chiudeva  una fase per questo Gruppo, ma se ne apriva un’altra non meno significativa: il provvedimento diviene una legge dello Stato, ma i processi che ha mosso nella scuola e nel Paese vanno al di là della cornice formale. Importante il metodo:
ricercare ogni volta quelli che sono stati definiti “punti di intersezione”: piuttosto che comporre come tasselli a posteriori le singole posizioni (sui contenuti, sulle scelte strategiche) ci è sembrato opportuno lavorare preliminarmente ad un confronto aperto ed approfondito, per trovare punti “alti” e qualificanti di condivisione. Questa scelta, per quanto più laboriosa, ha permesso di costruire documenti, appuntamenti e contesti di confronto in cui tutti i soggetti potessero riconoscersi. Naturalmente, attraverso un’opera di mediazione, senza alimentare alcuna logica up-down.
Il collante dei 32 non è stato, riduttivamente, l’essere “contro”, ma il farsi carico di una capacità propositiva, a partire dalla convinzione condivisa che il ddl andasse profondamente rivisto, nei suoi assi portanti, nel suo stesso impianto politico-culturale.
Abbiamo stilato documenti, a partire dall’Appello “La scuola che cambia il Paese”, abbiamo individuato le tappe successive della nostra interlocuzione: dalla prima Conferenza stampa del 14 aprile, agli incontri con i Parlamentari della VII Commissione della Camera, che per tre volte hanno visto un serrato confronto sui temi cruciali del ddl, anche attraverso un documento di sintesi delle proposte alternative messe in campo dal Gruppo; ai successivi incontri con i Parlamentari di Camera e Senato.
L’obiettivo di fondo che abbiamo condiviso come tratto qualificante della nostra azione è stato quello di sconfessare la vulgata governativa secondo cui chi si contrapponeva al ddl fosse perciò stesso fautore di un sostanziale immobilismo. Questa semplificazione di comodo va respinta al mittente: siamo tra quelli, numerosi e qualificati, che vogliono un reale cambiamento. Ma lo vogliono come espressione di un progetto culturale sulla scuola e sul tipo di società che la scuola può contribuire a costruire: a partire da alcune priorità indifferibili, tra cui la lotta alla dispersione e la garanzia di diritti di uguaglianza e condizioni di equità. Da questo punto di vista,  l’impianto del ddl ci è sembrato andare verso soluzioni nella sostanza “vecchie”: un assetto in cui la collegialità e l’articolazione democratica del governo della scuola e dei suoi processi si baratta con il messaggio semplicistico di “un uomo solo al comando”.
Il percorso del soggetto plurale è stato parallelo alle iniziative istituzionali che in questi mesi hanno coinvolto le singole associazioni e rappresentanze: le audizioni alla Camera e al Senato; un incontro con i responsabili scuola del PD, un momento di confronto formale con il governo, rappresentato dai suoi ministri, quelli competenti per temi e materie. Circostanza che merita una sottolineatura, per significare che ogni associazione ha avuto il suo spazio di interlocuzione, esercitando in questo autonomia di elaborazione e possibilità di declinare i temi con l’impronta della sua specificità e della sua sensibilità.
Certamente, l’esito dell’iter legislativo è stato motivo di sconforto. Ma è altrettanto aderente alla realtà evidenziare un fatto: la funzione di stimolo, di elaborazione e accompagnamento che questo soggetto plurale si è data non finisce qui, anzi trova nuove ragioni che richiederanno una rimodulazione di impegni e strategie, non una rassegnata rinuncia. Resta il significato dell’esperienza e la generatività di un metodo di lavoro, che  non bisogna lasciar cadere. Si tratta di dar voce al mondo della scuola e della cultura, di collegare le istanze dal basso con un rinnovato impegno dei “corpi intermedi”: quelle formazioni che questo governo ha preteso di ignorare, forse di annullare, inseguendo un’idea di democrazia plebiscitaria, molto vicina al populismo.

In democrazia le leggi che non si condividono, giustamente si combattono, con gli strumenti propri della democrazia stessa, tanto più che il percorso legislativo della legge 107 è  persino da completare con decreti attuativi, sui quali davvero sarebbe da spendersi in una battaglia costruttiva. Una battaglia che veda finalmente al centro i nostri ragazzi, cambiando radicalmente la prospettiva di analisi.

Il Congresso su questi temi si esprimerà nei suoi documenti finali: a me il compito di invitare tutti noi ad abbandonare la stanchezza, il senso di inutilità che a volte ci assale, a far ricircolare quella stessa passione che solo tre anni fa ci ha consentito, in pochissimi giorni, di raccogliere 8000 firme per bloccare  il disegno di legge Aprea sugli Organi collegiali.

Ancora gli OO.CC.? E’ una battaglia solo apparentemente vecchia: se abbassiamo la guardia rispetto alla rappresentatività delle parti, democraticamente elette, nel governo della scuola, ci precludiamo per sempre anche la possibile ricerca di forme ulteriori di partecipazione. Possiamo riflettere sul senso di alcuni organismi come il Fonags o i Forags, cui, nonostante la generosa e fattiva partecipazione dei nostri genitori, spesso è stato affidato un ruolo di cassa di risonanza delle scelte politiche del Ministro di turno, ma non ripensare agli organismi di partecipazione di base.

O finiremmo per piegarci ad un’idea di scuola che non è quella che da sempre difendiamo: laica, pubblica, inclusiva, di qualità.

E per difendere questa scuola, unico luogo, oggi, in cui le generazioni si incontrano e si trasmette la memoria e la speranza di una comunità, che abbiamo aderito alla campagna sull’abolizione del voto numerico, almeno nella scuola primaria; classificazione riduttiva di competenze e storie, irrispettosa dei tempi dei bambini, prodromo di una scuola solo competitiva, parente stretta di un’ idea di merito malinteso.

Né possiamo rimanere indifferenti rispetto al violento attacco all’inclusione determinato da una offensiva sgradevole ed inopportuna da parte di genitori integralisti, probabilmente istigati ad hoc, mentre si discute in parlamento delle unioni civili, contro il decreto n°104/2013 meglio noto come “Ripartire dalla scuola” dell’allora  Ministro dell’istruzione Carrozza che all’articolo 16 auspicava, a proposito della formazione dei docenti, “l’incremento delle competenze relative all’affettività e al rispetto delle diversità e delle Pari Opportunità di genere e al superamento degli stereotipi di genere, in attuazione di quanto previsto dall’articolo 5 del decreto 2013 n.119 (meglio noto come legge sul femminicidio).

Sfido chiunque, fra persone abituate a riflettere sui fatti del mondo e a non abdicare alla propria autonomia di giudizio, a non essere d’accordo con queste sacrosante parole.

Eppure…

Una campagna contro “ l’ideologia del genere”, viene attivata quasi quotidianamente da parte della stampa cattolica e conservatrice (Avvenire, Tempi, La Nuova Bussola Quotidiana, Il Foglio, ecc.) insieme alle cosiddette “veglie” delle “sentinelle in piedi” per difendere quella che loro chiamano libertà di opinione, ma che consiste invece nell’ omofobia, facendo una subdola forma di terrorismo attraverso l’affermazione che parlare a scuola del genere significa portare pregiudizio alla “famiglia naturale”.

 E’ stata Simone de Beauvoir, a metà del secolo scorso, ad affermare che “donne non si nasce ma si diventa”. Infatti oggi possiamo dire che maschi e femmine si nasce, ma uomini e donne si diventa. In altri termini le riflessioni sul genere possono cominciare dalla presa d’atto che la differenza sessuale, letta alla nascita attraverso gli organi genitali, si trasforma successivamente, diventando differenza di genere, mediante processi di costruzione  culturale e di socializzazione molto complessi. Per chi appiattisce le potenzialità e varietà degli esseri umani alla dicotomia della differenza degli organi sessuali e dell’apparato genitale, l’omosessualità appare mostruosa, letteralmente, sia sul piano della natura sia su quello sociale. Ma altrettanto, se non mostruoso, pericoloso appare ogni comportamento di uomini e donne che smentisce l’ovvietà degli stereotipi. Mentre agitano lo spettro della «colonizzazione da parte di una teoria del genere che mira alla creazione di un transumano», si testimonia il persistere di teorie e pratiche che, in nome della natura, vogliono costringere uomini e donne nella corazza di ruoli e destini rigidi e asimmetrici, riduttivi della ricchezza, varietà e potenzialità degli esseri umani. Esistono diversi tipi di stereotipi di genere che hanno influenzato, ed ancora influenzano, la posizione assegnata alle donne e agli uomini nella famiglia, nell’organizzazione della vita e del lavoro, nei percorsi di scelta della scuola, nella partecipazione alla vita civile, politica e sociale. Questi stereotipi attraverso  irrigidimenti nel tracciare le differenze di genere, possono produrre fenomeni di disuguaglianza, asimmetria e discriminazione. Di questi fenomeni negativi hanno subito finora i danni e gli svantaggi più consistenti le donne, essendo costrette a sopportare storicamente le conseguenze del patriarcato e del maschilismo.

Chi non vuole la lotta agli stereotipi vuole “tornare indietro”? Lo si affermi senza ipocrisia se si pensa che questo sia il modo per “salvare la famiglia “!

Ma non si usino i bambini! La paventata manifestazione nazionale di dicembre dovrebbe portare in piazza bambini “normali” contro.. quali bambini? I nuclei famigliari tradizionali rappresentano oggi solo il 32,8 % della popolazione: 8 milioni su 25, quasi 1 su 3 e nell’ultimo decennio sono ulteriormente calate le coppie con figli, mentre sono aumentate quelle monogenitoriali.  I bambini vivono in arcipelaghi di nuove convivenze: ci sono case con genitori e figli, ma anche coabitazioni con un solo genitore o insieme a nonni e zii. E vi sono legami con genitori in assenza di convivenza. Una parte larga dei quotidiani legami di bambini e ragazzi si svolge anche in più abitazioni ( quelle dei genitori separati o quelle dei nonni se si è tornati, come spesso la crisi ha richiesto, in quella delle famiglie d’origine). Ci sono poi le case delle nuove convivenze, con il nuovo compagno che propone nuovi legami insieme ad altri bambini che non sono i fratelli.

Insomma ci può essere una moltitudine assai differenziata di co-abitazioni momentanee, parziali, riprese, interrotte; legami con adulti e altri bambini, ragazzi, di durata e intensità molto variabili.

La scuola non può perciò muoversi  in una rappresentazione della famiglia largamente maggioritaria nel senso comune e nella TV, pena una scissione tra famiglie reali e famiglie mentali: il rapporto scuola-famiglia cambia necessariamente.

Con questo passaggio siamo tutti chiamati a confrontarci per riconoscere e valorizzare nuovi o ulteriori possibili ruoli proficui sul piano dell’educazione.

Una riflessione specifica merita pertanto il percorso 0/6 anni, oggetto di prossimi decreti attuativi: qui più che altrove si gioca il riconoscimento del diritto-esigibile- di ogni bambino all’educazione e si trasforma l’idea di un welfare assistenziale che ha connotato il nostro paese.

In tal senso chiederemo che il prossimo Piano Nazionale Infanzia dedichi speciale attenzione ai primi anni di vita dei bambini, superando differenze territoriali e prevedendo adeguati e stabili investimenti finanziari.

La partita sui diritti dei minori si gioca anche sul terreno della comunicazione multimediale: lontani come siamo da ogni idea censoria, abbiamo sempre ritenuto prioritario l’accesso dei minori, tutti i minori, ad ogni mezzo di informazione.

Ma perché questo diritto possa essere esercitato, il minore deve muoversi in un ambiente che non comporti rischi.

In tal senso il CGD si è sempre mosso negli organismi in cui è rappresentato:

  • Nelle commissioni di revisione cinematografica
  • Nel comitato media e minori
  • Nel Consiglio nazionale degli Utenti presso AGCOM

Organismi, i primi due, di cui da tempo chiediamo con nostre proposte articolate ai Ministri competenti una profonda riforma, perché possano rappresentare davvero una tutela delle fasce più deboli.

Alle grida d’allarme sui fenomeni devianti da parte dei più giovani nell’uso dei social network abbiamo sempre proposto un’educazione alla responsabilità, sapendo che nonostante tutti i codici di autoregolamentazione sul tema, cui pure abbiamo diligentemente partecipato, non esistono ricette salvifiche, né crediamo, come alcune associazioni genitori fanno col supporto di grandi produttori di smartphone, alla  distribuzione di kit strumentali come prevenzione di qualsiasi rischio.

Lasciamo un’associazione ricca di passione, non di mezzi e di questo ringrazio il generoso apporto della segreteria uscente che non si è mai sottratta a confronti defatiganti (ben 12 segreterie in tre anni), ad impegni istituzionali frequenti mentre curava il territorio di provenienza.

Certamente siamo alla ricerca di forme nuove di comunicazione- il sito rinnovato è un primo passo in questa direzione-, di linguaggi consoni ai tempi, di una forma statutaria che riconosca il l’autonomia dei singoli gruppi in una grande federazione.

Un ringraziamento particolare va al prof. Antonio Carone, che ha generosamente arricchito la nostra pagina facebook con una costante rubrica europea che ci ricordava sempre di ampliare i nostri orizzonti.

Consegniamo ai nuovi organismi dirigenti  insieme ai nostri errori, la consapevolezza che di un’associazione come la nostra laica e libera questo Paese ha ancora bisogno.

Un ultimo pensiero va a Paola Tramezzani, che per la prima volta non presiede il nostro Congresso: abbiamo però cercato di proseguire così come lei ci indicava.

A tutti buon Congresso

 

 

 

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